Come costruire un Business plan credibile

06 Gen 2019
Il business plan aziendale è uno degli strumenti di natura finanziaria più utilizzati dalle imprese in occasione di richieste di nuova finanza a fronte di investimenti strategici oppure semplicemente per valutare la bontà e la sostenibilità delle implicazioni e delle ricadute delle scelte strategiche di breve e medio-lungo termine.
Purtroppo in alcuni casi la costruzione del piano economico finanziario porta a risultati che sono incoerenti rispetto ai mezzi a disposzione dell’azienda, alla sua posizione competitiva o alle stesse strategie che hanno ispirato gli obiettivi strategici descritti nel piano d’impresa. Il rischio principale è quindi quello di formulare business plan che producano risultati sovrastimati, sotto il profilo reddituale e dei flussi di cassa, quindi in ultima istanza piani economico finanziari poco credibili.
Per quanto concerne la parte numerica del business plan, ossia la previsione di Conti Economici, Stati Patrimoniali e Flussi di Cassa futuri, l’esperienza mi ha insegnato che è sufficiente tenere sotto controllo pochi, ma fondamentali, indicatori di bilancio per capire se ci si trova di fronte ad un piano credibile e sostenibile. Naturalmente tali indicatori devono essere confrontati con quelli storici dell’impresa e se possibile con quelli medi del settore di riferimento.
Il primo elemento da monitorare è l’evoluzione della redditività, espressa dal rapporto fra il reddito operativo (EBIT) e le vendite: se tale indicatore migliora in maniera sensibile rispetto al passato può significare che l’impresa è in grado di produrre a minori costi oppure che a parità di costi intende vendere a prezzi più elevati, o infine che ha mutato la politica degli ammortamenti. Affinchè tali migliori performance siano credibili, nella parte descrittiva del business plan devono essere illustrate chiaramente le ipotesi alla base di tale maggiore redditività. Quando tale miglioramento deriva dal margine primario dell’impresa, inteso come differenza fra vendite e costi di materie prime o prodotti finiti, un elemento di chiarezza molto utile in tal senso è rappresentato dall’articolazione dei ricavi e dei costi di materie prime fra quantità e prezzi (cosiddette tabelle prezzo x quantità e costo x quantità), soprattutto quando l’impresa produce diversi prodotti. Un altro elemento da monitorare è quello legato alla crescita del fatturato, che ovviamente deve essere coerente con il trend storico, con quello dei concorrenti diretti e del settore e con il piano di investimenti previsto dall’azienda.
Il secondo elemento su cui occorre porre attenzione è rappresentato dall’evoluzione della rotazione del capitale investito, ossia il rapporto fra le vendite e l’attivo patrimoniale. Si tratta di una misura dell’efficienza aziendale (più alta è la rotazione più l’impresa è efficiente) che risente da un lato delle politiche commerciali dell’impresa (vendite per addetto, dilazioni alla clientela, tempi di giacenza del magazzino, tempi di pagamento ai fornitori) e dall’altro dalla necessità di investimenti in immobilizzazioni. Anche in questo caso se il business plan prevede sensibili miglioramenti nella rotazione del capitale investito, legati a minore fabbisogno di immobilizzi oppure a tempi di magazzino e incasso più rapidi o a tempi di pagamento più lunghi, occorre che vi sia una giustificazione logica e sostenibile nella parte descrittiva, altrimenti le migliori performance sottostimano i reali fabbisogni finanziari, e quindi causano un livello di indebitamento inferiore a quello che verosimilmente sarà nella realtà.
Mentre i primi due indcatori hanno a che fare con l’attività operativa dell’impresa, il terzo elemento da monitorare rigurda la componente finanziaria ed in particolare la sruttura finanziaria dell’azienda, intesa come rapporto di indebitamento (debito finanziario netto / [debito finanziario netto + capitale netto]). E’ chiaro che se la struttura finanziaria del business plan cambia significa che è mutata la strategia finanziaria. Questo può accadere perchè aumenta la capitalizzazione (ci sono apporti di risosre da parte dei soci? se ne parla nel documento? oppure si tratta di utili reinvestiti? e in questo caso significa che i soci rinunciano ai dividendi? cosa hanno fatto in passato? questi utili reinvestiti sono sostenibili?). Se aumenta la capitalizzazione di conseguenza si riduce il debito finanziario e quindi migliora il rating e dovrebbero ridursi gli interessi passivi (se ne tiene conto nel documento?). Oppure il caso opposto è quello di un aumento della leva finanziaria: in questo caso occorrerà valutare se tale aumento è giustificato e coerente rispetto allo scenario economico o ai mezzi a disposzione da parte dell’impresa (ivi comprese le garanzie accessorie al credito). Di tale aumento della leva finanziaria poi se ne è tenuto conto in termini di peggioramento di rating e aumento del costo del debito?
E’ chiaro che la struttura finanziaria è fortemente collegata alle altre due componenti di natura operativa osservate più sopra: infatti se migliorano la redditività e l’efficienza nell’uso dei capitali l’impresa produrrrà maggiori risorse (cash flow) e potrà ridurre l’indebitamento finanziario e aumentare la capitalizzazione. Tuttavia nei casi in cui le componenti operative non presentino variazioni sostanziali, se il business plan produce mutamenti nella struttura finanziaria dell’impresa mi aspetto di trovarne le ragioni nella parte descrittiva del documento, altrimenti il risultato è di scarsa qualità e quindi poco credibile.
Se i cambiamenti che si verificano in questi tre indicatori vengono spiegati e tali speigazioni sono sostenibili, ritengo che il business plan possa essere considerato credibile e si possa proseguire approfondendone la lettura.
In conclusione i tre elementi sopra descritti costituiscono le principali variabili finanziarie da monitorare quando si prende visione di un business plan (e soprattutto quando lo si costruisce): naturalmente ce ne sono altre, anche se meno importanti, che devono essere valutate man mano che si approfondisce l’analisi, ma che per esigenze di spazio e tempo non ritengo utile descrivere nel dettaglio. Faccio riferimento ad esempio alla variazione della produttività aziendale (rapporto fra fatturato o EBITDA e numero di addetti), all’aliquota d’imposta sui redditi ed al costo medio del debito impiegato per stimare gli interessi passivi (si basa su una curva dei tassi o tiene conto sempre dello stesso costo del denaro? tiene conto di possibili mutamenti nel rating dell’impresa?).
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