Rischio mancati incassi: 8 indicatori per ridurlo

05 Mag 2020

In questo articolo impareremo a individuare in anticipo un futuro default, mettendo al riparo il nostro fatturato da possibili insolvenze e procedure concorsuali. Lo faremo studiando il caso Pernigotti.

Ce lo ricordiamo tutti il caso Pernigotti, storica azienda italiana di Novi Ligure, che ha inventato il Gianduiotto e che, nel 2013, anno in cui è stata ceduta dalla famiglia Averna al gruppo turco Toksoz, il più grande produttore mondiale di nocciole, operava con 150 dipendenti e oltre 60 milioni di euro di fatturato.

Il gruppo Averna, nelle ore successive alla vendita dell’azienda, auspicava un futuro di “continuità e sviluppo”, mentre, con la stessa fiducia, la famiglia Toksoz si diceva fiera dell’acquisto, e pronta “a potenziare la struttura, sviluppando collegamenti con nuove e interessanti aree geografiche”.

Sappiamo tutti come è andata a finire: molte delle produzioni sono state trasferite in Turchia, e nel 2018 il gruppo Toksoz ha manifestato l’intenzione di chiudere definitivamente lo stabilimento di Novi Ligure, lasciando a casa un centinaio di dipendenti. Decisione che è stata poi parzialmente ridimensionata dopo lunghe trattative con il Governo, dopo avere individuato nella cessione del ramo gelati e nella reindustrializzazione della produzione di cioccolato e torrone, i capisaldi del nuovo piano industriale, alla base del mantenimento di parte dell’occupazione e del rilancio (strategie in fase di attuazione e che hanno portato a strascichi giudiziari tuttora in corso).

Dal 2013 al 2018 Pernigotti ha perso fatturato e prodotto perdite complessive per oltre 50 mln €, portando i tempi di pagamento ai fornitori da 150 giorni (media 2009-2013) a oltre 200 giorni (2018), ciò immaginiamo abbia causato difficoltà finanziarie a fornitori dell’impresa, soprattutto quelli più piccoli, e soprattutto nel periodo più acuto della crisi aziendale.

I fornitori di Pernigotti avrebbero potuto anticipare i segnali della crisi e quindi intraprendere azioni a tutela del loro business (banalmente frazionando meglio il rischio clienti, “assicurando” il fatturato, chiedendo minori dilazioni all’azienda dolciaria, ecc…)?

La risposta è si, e nelle prossime righe vedremo come sia sufficiente monitorare l’andamento di 8 indicatori di bilancio per prevenire il rischio di default di clienti e fornitori strategici. Useremo il caso di Pernigotti perché è altamente sintomatico in tal senso.

Chiaramente qui non parliamo di un’analisi di rischio finanziario professionale, ma di un sistema di allerta efficace, intuitivo ed alla portata di tutti.

I sistemi professionali prendono in considerazione diverse aree di gestione (non solo i bilanci) e, per quanto concerne la parte numerica, molti più indicatori. Le nostre analisi di rischio finanziario in favore della GDO e dell’industria prendono ad esempio in considerazione una cinquantina di indici di bilancio, per almeno quattro anni, e li raffrontano con i dati delle imprese del settore (fallite e non fallite), oltre ad un esame di tipo qualitativo dell’azienda (suddiviso in sette aree di indagine), alla verifica delle pregiudizievoli, delle esperienze di pagamento e dei rumors. Sono sistemi molto affidabili ma richiedono anche un investimento di risorse umane e finanziarie ad hoc. Di contro le informazioni commerciali acquistabili sul mercato a prezzi relativamente modesti, non illustrano il loro funzionamento e difficilmente comunicano le cause del giudizio a cui pervengono, se non in maniera sbrigativa e superficiale, cosa che non si può fare, ad esempio, quando si deve decidere se abbandonare o meno un cliente importante.

Vediamo adesso come questi 8 indicatori di bilancio avrebbero permesso di capire con largo anticipo l’elevato rischio di andare in contro ad una procedura concorsuale nel caso dell’azienda Pernigotti.

Andremo in primo luogo a verificare come si è evoluta la sostenibilità dell’indebitamento dell’azienda di Novi Ligure, ovvero come è variato nel tempo l’equilibrio fra la capacità di rimborso dei debiti e le passività aziendali.

La solidità della struttura finanziaria di un’azienda si misura su tre dimensioni:

  • equilibrio orizzontale
  • equilibrio verticale
  • equilibrio dinamico

Come è facile intuire, la solidità si basa sull’equilibrio.

L’equilibrio orizzontale richiede che le fonti a medio termine (patrimonio netto + debiti a medio termine) devono coprire l’attivo fisso e – possibilmente quella parte delle scorte che sono a lenta rotazione.

L’equilibrio verticale richiede invece che, all’interno delle componenti del passivo, vi sia un equilibrio tra mezzi propri e mezzi di terzi. Una struttura finanziaria ottimale è composta da tre componenti di uguale peso: mezzi propri, debiti finanziari e debiti commerciali (cioè passività non onerose, come fornitori, debiti verso dipendenti, ecc.). Se queste tre componenti hanno lo stesso peso i mezzi propri saranno pari ad un terzo dei capitali investiti e ad una volta i debiti finanziari, soddisfacendo le condizioni dell’equilibrio verticale.

L’equilibrio dinamico è il più importante tra tutti gli equilibri, tanto che se gli altri equilibri non sono rispettati e questo lo è, l’azienda ha buone probabilità di essere comunque solvibile. Gli equilibri orizzontale e verticale hanno a che fare con la struttura dello stato patrimoniale: l’attivo, per quanto riguarda l’equilibrio orizzontale; il passivo, per quanto riguarda l’equilibrio verticale. Inoltre prendono a riferimento una misura, come i mezzi propri, che è relativamente stabile nel tempo. Dunque sono indicatori intrinsecamente statici. Se invece mettiamo a confronto il debito finanziario (o posizione finanziaria netta), che è un valore estremamente dinamico e relativamente volatile, o il valore dei debiti a breve termine, con grandezze di conto economico come i ricavi e il margine operativo lordo (valori anch’essi dinamici) ecco che cogliamo un equilibrio di natura completamente diversa, in quanto sottende un concetto molto importante: i debiti si pagano con i flussi di cassa, non con il patrimonio netto. Il patrimonio netto è una sorta di air bag, un cuscinetto che ammortizza gli urti, ma i debiti devono essere pagati dall’azienda, non dagli azionisti.

Quali indicatori abbiamo che rappresentino la capacità dell’azienda di pagare i debiti? Sostanzialmente tre:

  • ricavi, infatti è con l’incasso delle fatture dai clienti che si riduce l’esposizione bancaria
  • il margine operativo lordo, infatti è con gli utili lordi che si pagano gli interessi passivi e in ultima istanza si rimborsano i debiti
  • il flusso di cassa operativo, infatti è la misura più precisa di quanta cassa genera la gestione

Dal momento che il margine operativo lordo rappresenta una buona approssimazione del cash flow operativo, e che per indagare su tale parametro occorrerebbe costruire e/o esaminare un rendiconto finanziario, cosa che non è alla portata di tutti, limiteremo alle prime due grandezze la verifica dell’equilibrio dinamico.

Una volta esaminati gli 8 parametri sullo stato di salute finanziaria dell’azienda andremo a collegarli ad alcuni fra i più noti fattori all’origine delle crisi aziendali, sia di natura economia che patrimoniale. Questo passaggio non è obbligatorio ma ci aiuterà a comprendere in misura più approfondita il perché si è arrivati (si sta arrivando ad una certa situazione).

L’indice in esame misura il rapporto fra le fonti consolidate e gli investimenti. Chiaramente più è maggiore di 1 più significa che gli investimenti sono stati finanziati correttamente. Quando è al di sotto di 1 significa che l’azienda sta finanziando gli asset con debiti a breve, con elevato rischio di tensione finanziaria, in quanto le passività correnti sono molto maggiori del valore delle scorte, dei crediti correnti e della liquidità, quindi tecnicamente non c’è la capienza per far fronte ai debiti in scadenza.

L’esame dell’indice di cui sopra fa emergere chiaramente come si sia passati da un’ottima situazione ad una situazione di elevato stress finanziario, a partire dal 2015.

L’esame dell’equilibrio verticale evidenzia una situazione di partenza (2009) non particolarmente negativa, per gli standard italiani, sebbene il livello di capitalizzazione fosse limitato al 23%, ed un costante peggioramento nei periodi successivi, in particolar modo dal 2012 in avanti, con la capitalizzazione sempre più debole (effetto delle ripetute perdite) e l’aumento rilevante del peso dei debiti finanziari e commerciali (questi ultimi pari al 67% nel 2018).

Per la verifica dell’equilibrio dinamico facciamo riferimento ai seguenti parametri:

Debiti a breve / fatturato: Il peso dei debiti a breve termine è una interessante misura di valutazione della sostenibilità dell’indebitamento. E’ ritenuto molto sostenibile quando non supera il 20% del fatturato, sostenibile fra il 21% e il 50%, meno sostenibile fra il 51 e il 75%, poco sostenibile oltre il 75%

In questo caso osserviamo come Pernigotti sia passata dal 45% del 2009 al 96% del 2017, con un marcato peggioramento dal 2015.

Debiti finanziari netti / fatturato: se un’azienda ha un debito finanziario netto (DFN, ossia i debiti finanziari meno le liquidità disponibili) il cui peso sta tra il 30% ed il 50% del fatturato è sicuramente in tensione, se ha un debito superiore al 50% è altamente a rischio di insolvenza, se ha un debito pari al fatturato, cioè 100%, è spesso in condizioni di dissesto irreversibile. Di contro, un’impresa con un DFN inferiore al 30% del giro d’affari ha alte probabilità di essere solvibile.

In questo caso osserviamo come Pernigotti sia passata dal 19% del 2013 al 51% del 2016, per poi scendere al 22% nel 2018. L’esame anno su anno non mostra dati allarmanti, ma l’osservazione nel tempo mette chiaramente in luce il forte peggioramento e, visto anche il trend 2018, forse anche il segnale che i finanziatori hanno “ridotto i fidi”, fattore che trova in parte conferma dall’aumento del peso dei debiti operativi nello stesso periodo sopra richiamata (dal 55 al 67%).

Debiti finanziari netti / mezzi propri: Questo indice esprime un concetto molto semplice: in una struttura finanziaria equilibrata, gli azionisti chiedono al sistema bancario di investire nell’azienda non più di quanto hanno investito loro stessi. Questa è una condizione molto stringente, di forte derivazione anglosassone, e molto rigida per il mercato italiano. Il sistema bancario italiano è abituato infatti a finanziare aziende sottocapitalizzate e tollera quindi valori di questo indice anche fino a tre volte.

L’esame di tale indicatore per Pernigotti non richiede particolari commenti, essendo passato da 1x del 2013 a 30x del 2018, con un grande peggioramento a partire dal 2015. Il peggioramento è ovviamente generato sia a numeratore (aumento dei debiti finanziari) sia soprattutto a denominatore (forti perdite e riduzione dei mezzi propri).

Debiti finanziari netti / EBITDA: è opinione consolidata (e statisticamente supportata) che un’azienda è sicuramente in grado di reggere un debito non superiore a 2,5 volte il MOL (ricavi – costi delle materie prime, spese per servizi, spese per godimento beni di terzi, costo del personale e oneri diversi di gestione).

Nel caso in esame possiamo notare come da una situazione perfettamente “nei canoni” l’impresa abbia via via peggiorato fino ad ottenere risultati negativi, in questo caso frutto di margini operativi lordi negativi. Dal 2014 l’impresa ha infatti continuato ad operare con un EBITDA negativo, segnale di criticità economiche ancor prima che finanziarie.

Se adesso osserviamo gli 8 parametri tutti assieme possiamo comprendere facilmente come un loro esame nel tempo avrebbe fatto percepire (a clienti e fornitori) la crisi dell’azienda in anticipo, già dal 2015 per i più esperti/sensibili (con l’esame dei bilanci 2014), sicuramente dal 2016 (con l’esame dei bilanci 2015):

La colonna riferita al 2015 presenta infatti 7 parametri “fuori standard” su 8, a fronte di una situazione 2014 meno negativa (5 parametri fuori standard) ma che presentava comunque segnali di forte peggioramento.

Una volta esaminati gli 8 parametri sullo stato di salute finanziaria dell’azienda possiamo collegarli ad alcuni fra i più noti fattori all’origine delle crisi aziendali, sia di natura economia che patrimoniale. Questo passaggio non è obbligatorio ma ci aiuterà a comprendere/spiegare il peggioramento della sostenibilità finanziaria sopra evidenziata.

L’esame dei dati mette in luce quanto segue:

  • perdita costante di fatturato dal 2012 in avanti (escluso il 2015)
  • riduzione del margine industriale fra la gestione Averna e quella Toksoz: la differenza fra fatturato e acquisto di materie prime si è ridotta, in rapporto alle vendite, dal 56% medio del periodo 2009-2012 al 48% del periodo successivo. Questo aumento del costo delle materie prime è il primo dei fattori alla base del declino della redditività
  • aumento del peso dei costi operativi (servizi, personale, affitti e noleggi): dal 46% del periodo 2009-2012 al 59% del periodo successivo. Tale circostanza, sulla quale ha pesato anche la riduzione delle vendite, è il secondo fattore alla base del declino della redditività
  • per effetto di quanto sopra la società ha prodotto ripetutamente perdite operative e complessive dal 2014 in avanti
  • quanto sopra, unitamente ad una minore rotazione delle scorte nel periodo 2012-2016, e ad un aumento dei tempi di incasso dalla clientela nel periodo 2016-2017, ha prodotto tensione finanziaria e quindi il netto peggioramento della solvibilità aziendale

Guardando tutto assieme è adesso possibile comprendere come l’esame di tali “semplici” parametri permetta di anticipare le crisi aziendali e prevenire situazioni che possano mettere a rischio il proprio fatturato o l’interruzione del ciclo di lavorazione a causa del default di propri fornitori strategici.

Sperando che quanto sopra sia utile per chi voglia valutare in modo autonomo lo stato si solvibilità dei principali clienti e fornitori (potete scaricare qui il modello Excel), la nostra società è a disposizione sia per corsi di formazione in sede e a distanza, su queste tematiche (credit management, analisi di rischio finanziario, ecc…), sia per fornire i dati finanziari necessari ad utilizzare il modello di analisi qui proposto sui propri clienti/fornitori.

Per informazioni o richieste di preventivo scrivere a info@obiettivovalore.it.

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